TRAMONTE IN PILLOLE: ES, IO, SUPER IO E LE DIFESE ASSURDE DELL’INCONSCIO: QUANDO LA MENTE CI TRADISCE

*di Silvano Tramonte
Sul numero di Marzo-Aprile 2022 della Rivista di Psichiatria, a firma Giuseppe Bersani, compare l’articolo l’Altra Epidemia
( https://www.rivistadipsichiatria.it/archivio/3790/articoli/37742/ ).
È un articolo ormai datato, data la velocità con cui stanno uscendo studi e dati su varianti e vaccini, ma molto “forte” dato che l’autore è non solo psichiatra ma anche docente alla Sapienza di Roma. Non riporterò l’articolo, se non per qualche breve passaggio, che può essere letto integralmente al link già postato, per oggettivi problemi di spazio ma è un articolo fortemente caratterizzato e ne consiglio caldamente la lettura per la sua forza illuminante, sebbene certamente non nel senso che vorrebbe l’autore. L’articolo infatti chiarisce la sua natura già nell’incipit: idioti! Questa è la prima parola che l’autore, non proprio compassato come si confà ad un docente e a uno psichiatra, utilizza per stigmatizzare i comportamenti e le posizioni di tutti coloro che lui indiscriminatamente definisce no-vax. ““Idioti” sono coloro che nel contesto planetario della pandemia di covid-19 ne negano la stessa esistenza, o attribuiscono a essa un’origine intenzionale decisa da fantomatici centri di potere globale e finalizzata al controllo totale sulla popolazione mondiale, o non riconoscono efficacia o utilità della vaccinazione di massa o di altre misure rivolte al suo contenimento, o vedono in queste un ulteriore strumento di manipolazione e controllo. La gamma delle possibili teorie è, nella realtà, vastissima, ma tutte sono riconducibili a un comune denominatore ideativo che si declina nelle sue diverse forme in rapporto a suggestioni e influenze personali e ambientali: la negazione della realtà della pandemia nei termini in cui essa appare oggi presentata all’opinione pubblica dai mezzi di comunicazione sociale, la negazione della validità e dell’obiettività dei dati della ricerca scientifica su di essa, la negazione della finalità terapeutica reale delle politiche sanitarie nazionali e internazionali.”
Il virgolettato che la contiene consente all’autore di celare la propria ostilità e l’atteggiamento discriminatorio dietro il paravento etimologico attribuendo al lemma il suo significato più arcaico e dotto di colui che non ha competenze in qualcosa ma di fatto giocando sul fatto che i più attribuiranno a questa parola il significato corrente di deficiente. Da Treccani: idiòta «individuo privato, senza cariche pubbliche; inabile, rozzo, ecc.». Uomo semplice; persona rozza, priva d’istruzione. 2. Persona di scarsa intelligenza, stupido, deficiente. Più che una diagnosi un giudizio e una condanna, anzi, un pregiudizio dato che è in realtà la tesi che poi si vorrà dimostrare.
È talmente eccessiva la posizione di Bersani che suscita alcune reazioni proprio sul piano professionale. La prima su ASSIS
(https://www.assis.it/gli-idioti-chi-sono-commento-allarticolo-laltra-pandemia-di-giuseppe-bersani/)
a firma di Rossana Beccarelli, medico, antropologa, filosofa della scienza, presidente di HUM MED, ed è un’analisi professionale piuttosto stringente sulla presa di posizione di Bersani, per la cui lettura rimando al link di cui sopra.
La seconda, a firma Medena Masini, psicologa e psicoterapeuta, scritta per EUNOMIS e che riporto integralmente di seguito.
DIA-GNOSIS
“In questi ultimi due anni e mezzo vi è stata una massiccia proliferazione di contenuti sull’evento pandemico: da quelli televisivi, a quelli dei social; da quelli delle riviste scientifiche, a quelli dei protocolli istituzionali. Un susseguirsi di volti che, a giusto titolo o meno, hanno dispensato indicazioni, consigli, interpretazioni e previsioni circa le cause, i dati e le soluzioni al Covid-19. In questo clima così complesso e purtroppo troppe volte confuso e confusivo, è uscito qualche mese fa sulla nota Rivista di Psichiatria, un interessante articolo del professor Giuseppe Bersani1, che ha suscitato qualche rumors. Nel suo lavoro dal titolo: L’altra epidemia, il professore fa una riflessione sul fenomeno che definisce psicopatologico della “negazione della realtà della pandemia”, procedendo passo dopo passo verso la formulazione psicodiagnostica di tali individui. Ripercorrendo la struttura dell’articolo scientifico osserviamo che Bersani, in quanto psichiatra e dunque esperto di modelli nosografico-categoriali, ci offre in primis una diagnosi descrittiva in base al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali2, che è giunto alla sua quinta edizione ad opera dell’American Psychiatric Association, modello che da sempre ha il pregio di rendere le diagnosi omogenee al di là delle differenze culturali. L’analisi del professore parte dalla raccolta dei segni quali: la “negazione della validità dei dati” sulla pandemia, “della finalità terapeutica reale delle politiche sanitarie”, nonché della “realtà pandemica nei termini in cui essa appare oggi”, definendoli sintomi di negazione della realtà. Tali sintomi, insieme alla “formulazione di teorie non criticabili e prive di fondatezza obiettiva”, divengono la base per la diagnosi di Disturbi di Personalità Paranoide, Schizotipica e Delirante. Ricordiamo ai non addetti ai lavori che da DSM-5 il “Disturbo di personalità è un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce in adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio e menomazione”3. Non trovando all’interno dell’articolo e della bibliografia riferimenti a studi specifici sui gruppi di persone non vaccinate, ci si chiede come siano risolti tutti i criteri diagnostici previsti in particolare i seguenti4:
A. Un pattern abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Questo pattern si manifesta in almeno due delle seguenti aree: cognitività, affettività, funzionamento interpersonale, controllo degli impulsi.
B. Il pattern abituale risulta inflessibile e pervasivo in un’ampia varietà di situazioni personali e sociali.
C. Il pattern abituale determina disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
D. Il pattern è stabile e di lunga durata e l’esordio può essere fatto risalire almeno all’adolescenza o alla prima età adulta. A onor del vero il professore si interroga in particolar modo sulla corretta diagnosi di disturbo delirante, ricordando che il DSM definisce il delirio indipendentemente dalla tematica, solo se non accettato dalla subcultura di appartenenza; e trattandosi in questo caso della sub-cultura no-vax, la diagnosi sarebbe impraticabile, quindi il Bersani ovvia al problema spostandosi su “un livello individuale”. Senza stare a disquisire sull’articolo 25 del Codice Deontologico (che è però) degli Psicologi circa il “non uso improprio degli strumenti diagnostici”, ci si chiede quale sia la differenza tra una diagnosi nosografica da DSM e una “a livello individuale”.
Nel proseguo dell’articolo, il professore descrive il fatto che siamo in presenza di un’“emergenza di massa di tratti di personalità descritti nel disturbo schizotipico, paranoide e delirante (…) non prevedibili prima del momento storico attuale”. In questo passaggio non ci è chiaro se ci stiamo ancora muovendo all’interno della nosografia e se pure si è passati ad un modello diagnostico dimensionale. Se così fosse, come previsto dal DSM-V stesso, “i disturbi di personalità rappresentano varianti disadattive di tratti di personalità che si confondono impercettibilmente con la normalità e tra loro” 5 , ma anche in questo caso devono essere rispettati gli stessi criteri diagnostici della nosografia, infatti devono essere necessariamente presenti “compromissioni del funzionamento della personalità [da misurarsi con una specifica Scala] e tratti di personalità patologici” 6 che sono ben definiti in un’apposita tabella7 dello stesso DSM-V, dove non v’è presenza del concetto o costrutto di negazione. In breve: se la negazione non è annoverata né tra i criteri psicodiagnostici nosografici né tra quelli dimensionali, come si giunge alla diagnosi di disturbo di personalità? E poi, trattandosi di disturbi piuttosto pervasivi, invalidanti e ad esordio prevalentemente giovanile, com’è possibile che si siano resi visibili solo con la pandemia? Più avanti trova spazio all’interno dell’articolo, anche la diagnosi esplicativo-processuale che come ben sappiamo si fonda sul concetto che quando un organismo interagisce col suo ambiente, sia la struttura di quell’organismo a determinare la risposta e non lo stimolo a cui è sottoposto. In questo modo tale diagnosi dovrà rispondere alla domanda, non solo circa la tipologia del sintomo e la sua appartenenza categorica, ma a come si sia andato strutturando in quella mente; infatti, dovrebbe indagare i processi di significato individuale che costituiscono le strutture di base di conoscenza di quella persona. In altre parole, si dovrebbe andare a capire quali siano per esempio gli schemi primari di attaccamento e quindi di memoria, da cui si è dispiegato il repertorio di schemi cognitivi, emotivo-affettivi e interpersonali di quell’individuo. Il professor Bersani a questo punto analizza anche aspetti diversi insieme a quello della negazione, per esempio: “il contagio psichico gruppale (…), l’adesione a teorie cospirative (…) e la non corretta valutazione tra pericolo e incolumità” al fine di illustrare il nesso di causalità tra evento pandemico e disturbo di personalità (paranoide, schizotipico e delirante); nello specifico considera: – La quantità abnorme di informazioni, come attivante “meccanismi arcaici” pre-esistenti al Covid (Quali? Come?) – L’esperienza stressante del Covid, come attivante risposte psicopatologiche non pre-esistenti (Quali? Come?) – Il narcisismo come rifiuto della propria mortalità che nasconde la paura della morte a tal punto negandola (Come?) Affinché il professor Bersani non cada nello stesso errore che rimprovera agli “idioti” (come da lui definiti) responsabili di formulare “teorie non criticabili e non verificabili”, ci auspichiamo che presto sia partecipe ai congressi sul tema, ove potersi confrontare sul procedimento diagnostico da lui proposto. Non dimentichiamo che il gran numero di informazioni prodotte in questi ultimi due anni e variamente interpretate, ha prodotto una visione opinionistica di un argomento complesso che vedrebbe la sua più giusta collocazione nei contesti scientifici (quali i congressi per esempio) e non certo nei salotti televisivi. Alla luce inoltre degli ultimi dati, che ci informano di 4000 medici sospesi perché non vaccinati, l’ipotesi del professore relativamente al fatto che essi possano nascondere una diagnosi di disturbo della personalità; paranoide, schizotipico o addirittura delirante, apre una problematica molto grave di ordine non solo etico-professionale, ma anche di sicurezza e responsabilità penale, che non dovrebbe certo essere taciuta al Ministero della Salute: rischio di medici e personale sanitario psichiatrico in corsia? Inoltre, il professore ci tiene a precisare che il suo procedere non sia da annoverare in quei terribili casi che hanno caratterizzato i grandi totalitarismi del ‘900, di psichiatrizzazione del dissenso. Per fugare ogni dubbio sarebbe opportuno un’analisi epidemiologica circa la frequenza dei disturbi di personalità nella popolazione, perché, sapendo attualmente che i non vaccinati si aggirano intorno ai 15 milioni, nel resto della popolazione non vi dovrebbe essere traccia del disturbo. Il Bersani, concludendo, invita caldamente, al fine di arginare questo fenomeno di “ascoltare la voce degli esperti psichiatri detentori delle competenze per riconoscere (…) l’universo di pensiero lontano dalla realtà”. In tutta onestà, questo è l’aspetto che più ci ha stupiti, riaprendo un tema che credevamo di aver già ampiamento trattato e risolto, quando Franco Basaglia rivoluzionò la legge sui manicomi nel 1978, dopo aver revisionato il concetto di follia e cura ispirandosi non ultimo, al pensiero di Foucault che, in merito al rapporto tra la pratica psichiatrica e il discorso sulla verità, scriveva: “In breve, il potere psichiatrico dice questo: la questione della verità non sarà mai posta tra me e la follia, per una ragione molto semplice, cioè che io, psichiatria, sono già una scienza. […] a me, solo a me, in quanto scienza, spetta decidere se ciò che dico è vero o di correggere l’errore commesso. Io detengo […] tutti i criteri della verità. Ed è per questo […] che posso aggiungermi alla realtà e al suo potere e imporre a tutti questi corpi dementi e agitati l’iperpotere che darò alla realtà. Io sono l’iperpotere della realtà nella misura in cui detengo soltanto io e in modo definitivo qualcosa che è la verità in rapporto alla follia” 8. Nonostante tutto, siamo certi che torneremo al dia-logos, che ci in-contreremo ai congressi e sederemo alle tavole rotonde insieme, alla ricerca comune della comprensione del mind, del brain e del context dell’uomo, che siamo anche noi. Come Popper ci ha insegnato sull’importanza della falsicabilità delle teorie scientifiche perché le spinge ad una maggiore complessità, lo stesso vale nel procedere della conoscenza individuale. L’evoluzione mentale verso un ordine strutturale di superiore complessità passa inevitabilmente per momenti di perturbazione in cui i conflitti e le contraddizioni presenti nel sistema conoscitivo affiorano alla coscienza innescando un processo di riordinamento dell’esperienza del sé. Quindi viva il dubbio e il contradditorio perché ci spinge a crescer, a patto che ognuno dei soggetti sia autentico e limpido. Come? Ce lo spiega bene Dostoevskij nell’Idiota, perché spesso la letteratura viene in soccorso agli studiosi della mente: “il denaro è la cosa più volgare e odiosa che ci sia perché può tutto, perfino conferire il talento. E avrà questo potere fino alla fine del mondo. (…) Un angelo non può odiare e non può neppure fare a meno di amare. Ma si può forse amare tutti, tutti gli uomini, tutti i propri simili? Mi sono posta più volte questa domanda. Naturalmente è impossibile, e sarebbe addirittura innaturale. Chi ama l’umanità di un amore astratto quasi sempre ama soltanto se stesso.”
1 G. Bersani (2022) L’altra epidemia. Rivista di Psichiatria 57: 101-105
2 American Psychiatric Association trad it. (2014) Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mental (DSM-5). Ed. Raffaello Cortina Editore.
3 Ibidem p. 747
4 Ibidem p. 749
5 Ibidem p. 748
6 Ibidem p. 883
7 Ibidem p. 904-906
8 M. Foucault (1973) Il potere psichiatrico. Ed. Feltrinelli p. 15
La terza reazione è la mia, meno tecnica e professionale ma più divulgativa. Medena Masini fa un’accurata analisi critica del processo diagnostico utilizzato da Bersani trovandolo contraddittorio e strumentale e dimostrandolo. In un passaggio particolarmente acuto e finemente arguto al contempo si trova a dire: “Affinché il professor Bersani non cada nello stesso errore che rimprovera agli “idioti” (come da lui definiti) responsabili di formulare “teorie non criticabili e non verificabili”, ci auspichiamo che presto sia partecipe ai congressi sul tema, ove potersi confrontare sul procedimento diagnostico da lui proposto.”
Questo consente a me di aggiungere qualcosa di più banale ma capace di dimostrare il valore pregiudiziale dell’analisi di Bersani: la percepita disinformazione scientifica che secondo lui sostiene coloro che egli categorizza semplicemente come no-vax in realtà colpisce drammaticamente lui stesso, che, pur medico, non avverte quanto poco scientificamente sorretta sia la propria posizione ed anzi dimostri, oltre a rifiutarsi di conoscere i più aggiornati studi sul tema, di dimenticare sistematicamente, anche lui!, le basilari nozioni di fisiologia e fisiopatologia e microbiologia che dovrebbero consigliarlo più prudentemente a posizioni quanto meno dubitose piuttosto che tanto ostinatamente certe. Questo spalanca la porta a un dubbio che ci riporta al titolo di questo articolo e che mi obbliga ad una piccola parentesi divulgativa per consentire la comprensione, ai non addetti, di quello che dirò subito dopo.
Per comprendere il fenomeno dobbiamo familiarizzarci un poco con alcuni concetti psicanalitici introdotti da Freud: Es, Io e Super Io. Semplificando moltissimo assumeremo che l’Es rappresenta la parte inconscia di noi, tutte quelle inclinazioni verso tutto ciò che per ognuno di noi rappresenta genericamente piacere e desiderio. È qualcosa che non conosciamo ma che ci condiziona moltissimo e informa di sé il nostro agire e il nostro pensare. L’Es genera spinte verso azioni non sempre praticabili e in conflitto con la realtà e dunque necessita di una controparte gestionale: Io e Super Io, appunto. L’Io, seguendo il Principio di Realtà, modulerà le spinte dell’ES, cercando di dominarle e gestirle. Diciamo che, in un eccesso di semplificazione, l’ES rappresenta le voglie e l’IO la ragione. E il Super Io cosa fa? Una cosa piuttosto importante, poiché oltre alle dinamiche tra voglie e possibilità di soddisfarle, bisognerà poter valutare se sia cosa buona e giusta soddisfarle o in che termini e limiti, con quali modalità. Dunque, rappresenta la distinzione tra giusto e sbagliato, bene e male secondo i dettami dell’ambiente socioculturale in cui ci si muove. Il Super Io controlla l’adesione alla norma morale e, in certa misura, la impone. Va da sé che perché il soggetto viva una vita soddisfacente sana ed equilibrata è necessario che queste tre componenti della personalità siano in perfetto equilibrio. Se, per un qualche motivo, tale equilibrio viene meno il soggetto si ritrova esposto a pericoli e malesseri che possono essere anche molto gravi e che innescano meccanismi automatici di difesa. Una sorta di reazione immunitaria psichica che, proprio come accade col sistema immunitario, può cadere in eccessi che si rivelano altrettanto e anche più pericolosi degli squilibri scatenanti. Tra tali meccanismi di difesa si annoverano la negazione, la rimozione e la proiezione.
Si ha negazione quando neghiamo un fatto o una sensazione per proteggerci da qualcosa che consideriamo troppo doloroso, si ha rimozione quando per difendersi si è costretti a rimuovere ricordi scomodi o dolorosi perché percepiti come destabilizzanti e traumatizzanti, infine c’è la proiezione che induce ad attribuire agli altri caratteristiche negative che sono nostre. In questo modo l’Io si culla nella convinzione di poter controllare in qualche modo ciò di cui ha paura, combattendolo, contrastandolo negli altri, criticandolo e stigmatizzandolo.
Tale meccanismo è inconscio e dunque in grado di sfuggire al controllo di chi, per professione, dovrebbe conoscerlo e difendersene, tanto più quanto maggiore in realtà è la spinta ad adottarlo, la necessità profonda che lo determina. Ciò che quindi ci dà fastidio negli altri è lo specchio della nostra interiorità non accolta, non integrata, rifiutata.
La proiezione è un meccanismo di difesa molto primitivo ed è specifico dei disturbi paranoidi ( https://www.treccani.it/enciclopedia/proiezione_%28Dizionario-di-Medicina%29/ ). Degna di attenzione e riflessione, da questo punto di vista, la conclusione di Bersani: “Potrebbe forse concretizzarsi in un imminente futuro l’ipotesi, inizialmente impensabile ma adesso di sempre maggiore potenziale realismo, che accanto alla voce degli infettivologi, dei virologi e dei gestori della salute pubblica divenga necessario ascoltare anche quella degli psichiatri, alla fine costretti a riflettere e a prendere consapevolezza dell’esistenza e dell’urgenza di comprendere e gestire, accanto all’emergenza della pandemia di covid-19, anche quella di un’“epidemia parallela”, i cui sviluppi e le cui conseguenze sociali, culturali e mentali, potrebbero essere, se possibile, ancora più gravi e devastanti di quelli legati all’epidemia infettiva.”
Detta così, è piuttosto preoccupante giacché si delinea sempre di più una medicalizzazione della società ma non solo, Bersani arriva addirittura ad ipotizzare la necessità di una psichiatrizzazione della società e, dio ne scampi, non vorrei che si intendesse, con questo, riferirsi a pratiche di controllo mentale, manipolazione, rieducazione e chissà che altro potrebbe seguire, dapprima magari in occasioni emergenziali “opportune” e poi, piano piano e surrettiziamente, divenire una pratica comune e poi una ragion di Stato.

*Medico chirurgo e consigliere Direttivo EUNOMIS


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