di Silvano Tramonte
Introduzione critica al referendum sulla giustizia
Ho visto, su FB, un post de I Giovani Magistrati in cui venivano elargite spiegazioni e chiarimenti sul cosa come e perché di una certa scelta nel prossimo incombente Referendum sulla giustizia. Senza entrare nel merito delle argomentazioni, che francamente mi apparivano strumentali, mi sono chiesto: ma questi giovani magistrati di che area politica sono? E ho cercato la risposta ad una semplice e ovvia domanda. Sapete un cosa? Non esiste risposta. Non viene dichiarata. C’è, si intuisce ma non viene dichiarata, anzi, viene semplicemente ignorata. Come se non esistesse.
E certo. La magistratura deve essere indipendente, e deve apparire tale soprattutto quando l’indipendenza è argomento di referendum. Allora bisogna dire le cose in modo che appaia, al cittadino elettore, che ora sia indipendente e dopo il referendum, se vincessero i SI, non lo sarebbe più. Ma noi sappiamo che il CSM è colonizzato da correnti con fisionomia politica ben precisa e attiva.
I Giovani Magistrati e la neutralità che non esiste
Dunque, alla fine, in soldoni, i Giovani Magistrati, da che parte stanno? La risposta è che non sono né di destra né di sinistra in senso partitico.
I Giovani Magistrati sono una corrente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati). Come tutte le correnti della magistratura italiana, non dichiarano un’ideologia politica, ma esprimono una visione culturale del ruolo del giudice. E in certe circostanze storiche, culturale diventa pericoloso.
Cultura giuridica e orientamento ideologico della magistratura
Dunque, in sintesi, si collocano Culturalmente in area progressista–liberale; istituzionalmente sono fortemente garantisti sul piano dei diritti, ma anche attenti al ruolo attivo della giurisdizione; i temi ricorrenti sono la tutela dei diritti fondamentali, la sensibilità verso questioni sociali (immigrazione, minoranze, diritti civili), la difesa dell’autonomia della magistratura, l’apertura all’interpretazione evolutiva delle norme.
Volendo tradurre tutto questo in linguaggio aperto sarebbe così: Non fanno politica di partito, non sono “di destra” ma più vicini, per sensibilità culturale, a posizioni che nell’opinione pubblica vengono percepite come “di sinistra” o progressiste, si collocano lontano da una visione conservatrice o rigidamente formalista del diritto.
Magistratura e metapolitica: il potere che precede il voto
La magistratura non vota come un partito, ma interpreta la legge secondo una visione dell’uomo, della società e dello Stato.
I Giovani Magistrati incarnano una visione moderna, dinamica, progressista del diritto. Sono, cioè, di sinistra nella cultura e nell’impostazione, ma non possono dichiararlo per ragioni istituzionali.
È il solito meccanismo per cui si esibisce neutralità formale, ma si agisce per orientamento sostanziale.
Non fanno politica di partito, ma condividono categorie, sensibilità e priorità tipiche della sinistra contemporanea: centralità dei diritti, giudice “attivo”, lettura evolutiva della norma, attenzione alle istanze sociali più che al principio di autorità.
L’ipocrisia italiana tra diritto, tecnica e ideologia
La magistratura italiana non è apolitica, è metapolitica: agisce prima e sopra il voto, usando il diritto come strumento di indirizzo culturale. Questo è, al solito, l’ipocrisia italiana, la capziosità di un sistema surrettizio oltre ogni dire.
Il sistema italiano funziona così da decenni: l’ideologia viene negata a parole ma esercitata nei fatti, coperta da lessico tecnico e rituale istituzionale. Non si dice “sono di sinistra”, si dice: sensibilità costituzionale, interpretazione evolutiva, diritti incomprimibili, valori europei.
È la politica senza responsabilità politica: nessun voto, nessuna alternanza, nessuna sanzione democratica. Solo potere esercitato per via indiretta, cioè surrettizia.
Il punto più grave non è che esista un orientamento. Il punto è che si nega di averlo, mentre lo si impone come neutrale, tecnico, inevitabile.
Questa è la vera capziosità italiana: trasformare una scelta culturale in un fatto “oggettivo” e chi dissente diventa automaticamente ignorante, reazionario o incostituzionale
Non è solo ipocrisia.
È asimmetria di potere mascherata da virtù.
E poi facciamo i referendum sulla giustizia. Che schifo. Ci scanniamo per un SI o per un NO e alla fine la sostanza è la stessa.
Perché i referendum sulla giustizia non cambiano nulla
Per questo che i referendum sulla giustizia, così come sono concepiti, sono in gran parte una messinscena. Ci si accapiglia su SI o NO, ma: non si tocca il nodo reale del potere, non si scalfisce la cultura che governa il sistema, non cambia l’equilibrio interno della magistratura.
Il referendum interviene a valle, su regole procedurali, mai a monte, dove stanno l’autogoverno corporativo, il sistema delle correnti, l’assenza di responsabilità effettiva, la sovrapposizione tra funzione giudiziaria e indirizzo culturale-politico.
Risultato è che se vince il SI il sistema si adatta, se vince il NO il sistema ringrazia e in entrambi i casi resta identico
È la forma più raffinata di neutralizzazione del conflitto: ti fanno credere di decidere per evitare che tu possa incidere.
Democrazia procedurale come gestione del dissenso
Il referendum diventa così solo uno sfogo emotivo per l’opinione pubblica, la legittimazione ex post dell’immutabilità, un rituale democratico senza sostanza.
Non è “partecipazione”.
È gestione del dissenso.
Fa schifo proprio per questo.
Perché trasforma la frustrazione in rumore, lasciando intatto il meccanismo. Allora, anche se tanto non cambia niente, voterò SI giusto perché almeno facciano la fatica di cambiare e, facendolo, sappiano che c’è chi capisce e dissente.
La trasformazione del sistema: da inerzia a strategia consapevole
E’ uno schifo consueto, è così da sempre, ma forse quando io ero giovane e mi schifava il sistema attuava istintivamente, senza averne piena coscienza, oggi è diventata una strategia consapevole.
C’è stata una mutazione qualitativa. Prima il sistema agiva per inerzia culturale, riproduceva sé stesso per consuetudine e l’ipocrisia era istintiva, quasi inconsapevole.
Oggi, invece, il sistema sa quello che fa, conosce i propri meccanismi di immunizzazione, usa consapevolmente referendum, linguaggio tecnico, moralismo istituzionale e conflitto simulato come strumenti di governo.
Ciò che era un automatismo reattivo di difesa diventa una strategia, consapevole e calcolata.N on si correggono più le storture perché servono, funzionano e proteggono il potere senza che si debba esporre.
La democrazia procedurale è diventata una tecnologia di contenimento, non di decisione.
Si concede partecipazione quanto basta per evitare la rottura, mai per produrre cambiamento reale.
Il mito delle riforme e l’illusione del cambiamento dall’interno
A questo punto qualcuno potrebbe farsi una domanda: Come si smonta tutto questo e si torna al buon governo?
La risposta non piacerà: non si “riforma” il sistema, lo si aggira e lo si svuota o si aspetta che si autodistrugga. Chi promette di aggiustarlo dall’interno mente sapendo di mentire o non ha capito.
Responsabilità personale e crisi del buon governo
Il buon governo non nasce dalle regole, nasce dagli uomini.
Le istituzioni non producono virtù: la presuppongono.
Quando la classe dirigente perde il senso del limite, la responsabilità personale e la vergogna dell’abuso, le regole diventano finzione morale.
A quel punto cambiare norme senza cambiare uomini è cosmetica.
Quel che si dovrebbe fare è spezzare l’irresponsabilità poiché il buon governo pretenderebbe di attribuire al potere la responsabilità personale.
Separazione delle funzioni e limite del potere giudiziario
Questo implica scelte precise e forti: separazione netta delle funzioni (chi giudica non indirizza), responsabilità effettiva, non simbolica, fine dell’autoreferenzialità corporativa, carriera e prestigio legati alle conseguenze, non all’appartenenza. Senza questo, tutto il resto è teatro. Il potere moderno non va domato o riformato ma ridimensionato.
Quando, invece, il potere pretende di educare, moralizzare, salvare, interpretare tutto diventa inevitabilmente arbitrario.
Nessun buon governo è possibile finché l’ideologia si traveste da neutralità, la politica si nasconde dietro il diritto e il diritto si presenta come scienza esatta.
Serve una cosa antica e scandalosa, oggi: chi esercita indirizzo culturale deve esporsi, non mascherarsi. Mi deve dire chiaramente chi è, a che titolo parla, e quali sono i suoi conflitti d’interesse.
Soprattutto questo: dichiarare i propri conflitti d’interesse; semplicemente perché non dovrebbero esserci conflitti d’interesse. Un portatore d’interesse non ha titolo per dirmi cosa sarebbe meglio che io facessi.
Il prezzo della responsabilità che nessuno vuole pagare
Il buon governo non si reinstalla, riemerge quando il sistema non riesce più a nascondere il proprio vuoto. Storicamente accade sempre così, non per evoluzione ma per esaurimento.
La domanda vera allora non è come si torna al buon governo?
Bensì: quanti sono disposti a pagare il prezzo della responsabilità, senza delegarla a un sistema che promette di pensarci lui?
Ma oggi, praticamente nessuno sarebbe, o meglio, è disposto a tanto. Non perché manchino le idee, non perché manchino le analisi ma perché manca la disponibilità a pagare il costo. Manca il rigore morale, mancano i principi, manca la fede nei valori.
Il prezzo da pagare è noto: perdere protezione, perdere consenso, perdere comfort, perdere l’alibi del “sistema”.
Oggi quasi tutti vogliono i benefici della libertà senza il peso della responsabilità, i diritti senza il peso dei doveri, il cambiamento senza perdita di posizione o vantaggi acquisiti.
Il sistema questo lo sa e per questo vince senza combattere.
Quando dico “nessuno”, dico una verità disperante poiché riconosco che non c’è massa critica morale, non c’è élite integra disposta a esporsi davvero, non c’è popolo ma un insieme di monadi, solo pubblico.
Crisi, collasso e vuoto di potere: cosa nasce davvero
Storicamente, in queste fasi il cattivo governo non cade ma si incancrenisce e diventa più cinico, più tecnico, più impermeabile, insensibile a qualunque pudore privo di qualunque vergogna, spudorato e arrogante.
Il buon governo non torna quando qualcuno lo invoca ma quando il costo di mantenerlo diventa superiore al costo di cambiarlo. E io temo che quel punto non sia oggi, e è neppure domani.
Inoltre, quandanche giunga il momento in cui il costo di mantenere supera quello di cambiare, bisognerebbe ci fossero uomini in grado di raccogliere questo onere con onore
Quando il sistema collassa non nasce automaticamente il buon governo, nasce solo un vuoto che può essere riempito da uomini all’altezza ma può anche essere riempito, ed è più facile, da avventurieri, tecnocrati, fanatici, salvatori improvvisati, mistici ed esaltati.
La storia è piena di crolli seguiti da regressioni peggiori.
Gli uomini non si improvvisano nel momento della crisi, o ci sono già, oppure non ci saranno affatto.
Il tempo della formazione degli uomini degni non coincide mai con il tempo della crisi, tutt’altro, è piuttosto vero che la formazione di uomini degni rallenta e viene meno mano a mano che si creano e potenziano le circostanze che porteranno alla crisi.
Il buon governo nasce sempre da uomini che hanno pagato in termini di formazione morale e caratteriale e quindi non sono ricattabili.
Gli uomini che resistono al tempo e al sistema
Quegli uomini, ora, ci sono già. Tra i vecchi che ancora testimoniano e coltivano principi e valori scomparsi dalla società, uomini che sono testimoni di un altro tempo, che ancora sopravvivono ma non sono visibili perché non partecipano al b ottino del presente, nemmeno nel loro piccolo. Non parlano il linguaggio del presente, né vivono la vita del presente.
Sono tra i vecchi perché solo il tempo seleziona davvero chi ha resistito senza indurirsi, chi ha comandato senza ubriacarsi, chi ha obbedito senza servilismo, chi ha visto passare ideologie, riforme, entusiasmi e li ha lasciati passare.
Il sistema moderno li marginalizza per una ragione precisa: non sono addestrabili.
Non si lasciano rieducare, non interiorizzano il linguaggio imposto, non confondono morale e procedura. Sono pericolosi non perché ribelli, ma perché immuni.
Custodi, non leader: la trasmissione dei principi
Costoro non guideranno una rivoluzione, né fonderanno un nuovo sistema e probabilmente non governeranno mai in prima persona. Ma faranno una cosa più importante: trasmetteranno criterio. Principi. Valori. Virtù.
Non sono profeti; non sono leader, capipopolo o condottieri. Sono custodi. Il pericolo non è che non esistano ma che vengano ignorati, liquidati come “superati”, o ascoltati troppo tardi.
Quando muoiono senza aver trasmesso, non resta nulla da cui ripartire.
Solo tecnici, ideologi e apprendisti stregoni.
La speranza non è nel nuovo ma in ciò che ha resistito
la speranza non è nel “nuovo” ma in ciò che ha già superato la prova del tempo.
5. Bibliografia essenziale (coerente, non ornamentale)
Classici (fondamentali)
- Aristotele, Politica (libri III–V)
- Polibio, Storie (libro VI, costituzioni)
- Tacito, Annales / Historiae (potere e ipocrisia istituzionale)
Moderni – potere e istituzioni
- Carl Schmitt, Teologia politica
- Carl Schmitt, Il custode della Costituzione
- Max Weber, Politica come professione
- Hans Jonas, Il principio responsabilità
Contemporanei – diritto e ideologia
- Pierre Bourdieu, La forza del diritto
- Michel Foucault, Sorvegliare e punire
- Danilo Zolo, Il principato democratico
- Massimo Cacciari, Il potere che frena
Democrazia procedurale e crisi
- Joseph Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia
- Colin Crouch, Post-democrazia
- Jacques Ellul, L’illusione politica
Trasmissione, élite, decadenza
- José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse
- Simone Weil, La prima radice
- Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente (con cautela, ma pertinente)
