Politica e magistratura

Il nodo irrisolto dello Stato italiano

di Silvano Tramonte

Molti si sono scandalizzati per la frase attribuita a Giusi Bartolozzi (“con il sì ci togliamo di mezzo la magistratura”). Ma la reazione si capisce solo se si conosce il conflitto storico tra politica e magistratura in Italia.

Durante una trasmissione televisiva sull’emittente siciliana Telecolor, nel dibattito sul referendum sulla giustizia, Bartolozzi ha detto: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione.” La frase è stata pronunciata nel corso di un confronto con la senatrice Ilaria Cucchi sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Subito prima aveva sostenuto che il processo penale può distruggere la vita delle persone anche quando poi risultano innocenti, perché rovina reputazione, distrugge famiglie, può durare molti anni prima di arrivare all’assoluzione. Nel clima del dibattito ha quindi usato quella espressione molto dura contro una parte della magistratura.

Queste dichiarazioni hanno provocato una polemica politica immediata: opposizioni (Pd, M5S, ecc.) hanno chiesto le dimissioni; l’Associazione Nazionale Magistrati ha parlato di toni inaccettabili; il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto che la frase è stata “infelice” e che Bartolozzi probabilmente si scuserà.

Il conflitto storico tra politica e magistratura

Bartolozzi ha poi precisato che non si riferiva a tutta la magistratura, ma a una minoranza che considera “correntizzata” o politicizzata. La frase è esplosiva per una ragione molto semplice: in Italia il rapporto tra politica e magistratura è storicamente conflittuale.

Dire pubblicamente “togliamo di mezzo la magistratura” tocca un nervo scoperto che esiste da oltre trent’anni. Questo conflitto moderno nasce con il grande terremoto giudiziario della stagione di Mani Pulite.

A partire dal 1992 la magistratura milanese scoperchia il sistema di finanziamento illecito dei partiti, in pochi anni crolla l’intero sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica e decine di partiti spariscono o si trasformano.

Da quel momento nella politica italiana nasce una convinzione diffusa: la magistratura ha acquisito un potere enorme nella vita pubblica.

Due narrazioni opposte si fronteggiano.

La prima, quella della magistratura: i magistrati hanno semplicemente applicato la legge; la politica era corrotta; senza quell’azione lo Stato non si sarebbe ripulito.

La seconda, quella della politica: una parte della magistratura avrebbe esercitato un ruolo politico; l’uso delle indagini e della stampa avrebbe distrutto classi dirigenti e partiti; il potere giudiziario sarebbe diventato una sorta di “quarto potere”.

Questa frattura non è mai stata ricomposta.

La separazione delle carriere

Ed è qui che cade il nodo della separazione delle carriere.

Oggi in Italia pubblico ministero e giudici appartengono allo stesso ordine; possono passare da una funzione all’altra e sono governati dallo stesso organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura.

Una parte della politica sostiene che il pubblico ministero è una parte del processo e non dovrebbe appartenere allo stesso corpo del giudice. La magistratura teme invece che separare le carriere significhi avvicinare il pubblico ministero al potere esecutivo, come accade in molti altri Paesi.

Sembra una questione tecnica, ma non lo è affatto. Quando un esponente politico dice: “Con il sì ci togliamo di mezzo la magistratura”, il messaggio percepito non è una riforma ma una volontà di neutralizzare un potere dello Stato.

In un sistema democratico basato sulla separazione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – questo suona inevitabilmente come una dichiarazione di guerra istituzionale.

Un conflitto strutturale dello Stato italiano

Il vero problema è che in Italia, dopo Mani Pulite, i poteri dello Stato non si fidano più l’uno dell’altro.

La politica teme l’azione giudiziaria.
La magistratura teme il controllo politico.
Ogni riforma viene letta come un tentativo di difesa corporativa.

Per questo anche una frase pronunciata in modo polemico diventa immediatamente un caso nazionale.

Per questo frasi come quella di Bartolozzi incendiano subito il dibattito: toccano il nervo più scoperto dello Stato italiano.


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