Le grandi bugie del nostro tempo e le verità proibite Capitolo II – L’identità di genere come costruzione assoluta: liberazione o nuova ideologia?

1. Introduzione – La nuova ortodossia antropologica

Mai nella storia dell’Occidente moderno un cambiamento antropologico ha goduto di un’accelerazione e di un’imposizione tanto rapide quanto quello legato al concetto di identità di genere.
Da tema accademico di nicchia è diventato, nel giro di pochi anni, dottrina ufficiale nelle scuole, nei media, nelle istituzioni pubbliche, nei codici linguistici e nelle normative di molti Paesi.

Sfidare l’assunto che il genere sia solo una costruzione culturale, slegata dal corpo biologico, significa oggi esporsi a censura, accuse di transfobia, esclusione dal dibattito. Eppure, come insegnava Socrate, il vero pensiero nasce dalla possibilità del dissenso.

Ciò che oggi viene presentato come conquista di libertà è davvero tale? Oppure siamo di fronte a una nuova ideologia che, in nome dell’inclusività, impone un dogma sulla natura umana?

2. Il sillogismo della teoria gender

L’ideologia dominante sull’identità di genere può essere schematizzata così:

– Premessa maggiore: Ogni individuo ha diritto a definire sé stesso liberamente.
– Premessa minore: Il genere è una costruzione sociale e soggettiva, indipendente dal sesso biologico.
– Conclusione: Ogni identità di genere autodichiarata è legittima, deve essere riconosciuta socialmente e giuridicamente, e ogni dissenso è una forma di discriminazione.

Si tratta, apparentemente, di un ragionamento fondato sul rispetto della libertà. Ma se usiamo la logica aristotelica, vediamo che la validità della conclusione dipende dalla verità delle premesse:
il diritto all’autodeterminazione può davvero cancellare ogni riferimento alla realtà biologica e antropologica dell’essere umano?

3. La funzione dei generi: la norma per la conservazione della specie

Un aspetto fondamentale che troppo spesso viene trascurato nel dibattito contemporaneo è la funzione primaria e determinante dei generi biologici, che va ben oltre l’individuo e si proietta sull’intera specie umana.

I generi non sono semplici “etichette” o ruoli culturali arbitrari, ma rappresentano una struttura funzionale essenziale per la riproduzione e la sopravvivenza della specie.
Questa funzione è collettiva, intergenerazionale e imprescindibile: assicura la conservazione della vita umana nel tempo, la trasmissione di patrimonio genetico e culturale.

In questo senso, il concetto di norma non è una mera convenzione sociale, ma una realtà legata alla funzione vitale che distingue ciò che è biologicamente e socialmente “normale” da ciò che è anomalo o patologico.
La norma emerge da questa funzione e definisce ciò che contribuisce alla salute e continuità della specie.

È possibile riconoscere la distinzione tra la dimensione biologica e funzionale del genere e la dimensione psicologica o soggettiva dell’identità personale.
Quest’ultima può essere complessa e varia, ma non può ignorare o sovvertire la realtà funzionale e biologica che sostiene l’esistenza stessa dell’umanità.

4. Il piacere sessuale: un mezzo, non un fine

Un altro punto spesso frainteso riguarda il ruolo del piacere sessuale nella natura umana e nella cultura. Oggi il piacere sessuale è spesso enfatizzato come diritto individuale assoluto, un fine da perseguire in quanto espressione personale, scollegato da qualsiasi funzione.

In realtà, il piacere sessuale è un meccanismo evolutivo e biologico di primaria importanza: serve come incentivo naturale che favorisce l’accoppiamento e la trasmissione genetica.
Il piacere è il mezzo attraverso cui la natura spinge gli esseri umani a riprodursi, a mantenere la specie nel tempo.

Nella cultura contemporanea, però, il piacere viene spesso percepito come valore assoluto, portando a un fraintendimento della sessualità come mero fine individuale e non come funzione naturale.
Questa distorsione potrebbe indebolire la struttura sociale e la continuità della specie, perché disancora la sessualità dal suo ruolo biologico e sociale originario.

La sessualità e il piacere associato devono essere letti nel contesto della loro funzione primaria: la perpetuazione della vita umana.
Anche le norme sociali tradizionali che regolano il sesso (come il matrimonio e la fedeltà) nascono da questa funzione e non vanno lette semplicemente come imposizioni arbitrarie.

5. Esame socratico delle premesse – Che cos’è l’uomo?

La domanda socratica non si accontenta di slogan o di assunti politici. Chiede: che cos’è davvero il genere? che cos’è l’identità? che cos’è la libertà?

– È davvero il genere una costruzione arbitraria?
– Se lo fosse, non esisterebbe in tutte le culture e non mostrerebbe correlazioni costanti con il corpo e le funzioni biologiche.
– Anche nelle società più “fluide”, la distinzione tra maschile e femminile rimane come dato di fatto, non solo come invenzione culturale.

– L’autodeterminazione è assoluta?
– L’identità umana si costruisce in relazione con il corpo, la comunità, la storia e il linguaggio. Non è un atto isolato e senza confini.
– La libertà non è illimitata: non posso essere chiunque senza conseguenze sulla società e sugli altri.

– Chi decide chi è chi?
– Se l’identità fosse puramente soggettiva, perché sono proprio lo Stato, le scuole, i social e le aziende a certificarla e a regolamentarla?
– Una libertà autentica non richiederebbe leggi né censura per affermarsi.

6. Giudizio kantiano – Rispetto o strumentalizzazione dell’umano?

Per Kant, l’essere umano è un fine in sé, non un mezzo. La dignità nasce dal riconoscimento razionale della sua natura integrale.

– È compatibile con la dignità umana affermare che il corpo e la sua realtà biologica non abbiano alcun significato?
– È morale una pedagogia che propone ai bambini che il loro sesso sia una possibilità tra molte, con orizzonti medici e farmacologici già predisposti?
– È giusto impedire il dibattito e il dubbio in nome di una libertà che non ammette critiche o domande?

La teoria di genere, così come è oggi imposta, spesso non considera più l’uomo come essere razionale e relazionale, ma come entità fluida da rimodellare, anche attraverso processi biopolitici, medici e tecnologici.

7. Conclusione – Verità proibita n. 2

La visione assolutizzata del genere come costruzione libera e disancorata dalla realtà biologica non è necessariamente una conquista di libertà, ma una possibile nuova ortodossia ideologica che potenzialmente ridefinisce l’umano in funzione di un progetto culturale, normativo e tecnologico.

Criticare questa visione non significa odiare o discriminare: significa anche difendere l’idea che l’essere umano abbia una natura da riconoscere, non solo da costruire.
La seconda verità proibita è che senza un fondamento antropologico condiviso, la libertà si dissolve e l’identità diventa una finzione fragile, manipolabile e isolata.

*Medico Chirurgo e  Vicepresidente di EUNOMIS


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