di Silvano Tramonte*
L’incanto del progresso digitale
La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale sono celebrate come il motore inevitabile e salvifico del progresso umano. Governi, aziende e media promuovono una narrativa in cui ogni innovazione tecnologica rappresenta un passo verso un mondo più efficiente, inclusivo, intelligente e sostenibile. Ma questa rappresentazione è davvero fedele alla realtà? O nasconde interessi profondi, trasformazioni antropologiche e rischi strutturali che minacciano la libertà, la dignità e la democrazia?
Occorre anzitutto chiarire un equivoco di fondo: evoluzione tecnologica non significa automaticamente progresso umano. L’evoluzione descrive un cambiamento, spesso irreversibile, ma non garantisce alcun miglioramento qualitativo per l’umanità. Il progresso, invece, presuppone un vantaggio etico, sociale o spirituale per la collettività. Una tecnologia può essere sofisticata e, allo stesso tempo, disumana o distruttiva.
Il sillogismo del tecno-progresso
La retorica dominante può essere riassunta in questo schema:
- Premessa maggiore: Il futuro sarà tecnologico, o non sarà.
- Premessa minore: Digitalizzazione e IA sono strumenti indispensabili per affrontare le sfide globali.
- Conclusione: Chi si oppone al progresso digitale è un reazionario, un tecnofobo o un ostacolo allo sviluppo.
Ma come ogni sillogismo, anche questo richiede che le premesse siano vere e verificabili. Ed è proprio qui che la logica critica deve intervenire: è falso che ogni soluzione debba passare dalla tecnologia, ed è illusorio credere che digitalizzazione e IA siano intrinsecamente buone o che le sfide globali siano necessariamente vere e giuste.
Non si tratta di negare l’utilità delle tecnologie, bensì di rifiutare la narrativa dogmatica secondo cui ogni innovazione è positiva solo perché nuova o avanzata.
A chi serve la digitalizzazione?
La digitalizzazione non è un processo neutrale. Ogni infrastruttura digitale – dai social network agli algoritmi predittivi – implica scelte precise su cosa tracciare, chi controllare, quali comportamenti incentivare o penalizzare. Scelte di qualcuno che decide come programmare AI, che filtri inserire, che regole rispettare, cosa si può dire e cosa no.
Le grandi piattaforme (Google, Meta, Amazon) raccolgono dati personali, li elaborano tramite intelligenze artificiali, li monetizzano, influenzano il dibattito pubblico e ridefiniscono l’economia, spesso senza alcun controllo democratico effettivo. Basti pensare allo scandalo Cambridge Analytica o al ruolo di TikTok e YouTube nella manipolazione degli orientamenti politici.
La tecnologia è diventata lo strumento dominante per concentrare potere, dirigere i consumi, orientare la percezione collettiva e sostituire le relazioni umane con processi automatizzati.
Che cos’è davvero il progresso?
Socrate ci insegna a non accettare i concetti per come vengono presentati, ma a interrogarli nella loro essenza:
- L’evoluzione tecnologica è un bene in sé o dipende dal suo scopo?
- Lo sviluppo digitale migliora la condizione umana o la rende più fragile e sorvegliata?
- Chi decide che cosa è progresso e chi ne paga i costi?
La digitalizzazione va dunque interrogata: produce libertà o dipendenza, consapevolezza o delega, dialogo o sorveglianza?
L’equivoco più grave consiste nel confondere progresso con sviluppo: la digitalizzazione è uno sviluppo tecnico, ma solo se contribuisce alla dignità, alla giustizia e all’autonomia umana può essere considerata progresso.
La tecnica al servizio della dignità umana
Per Kant, ogni innovazione deve rispettare l’uomo come fine e non come mezzo. La sua Formula dell’Umanità ci impone di non strumentalizzare mai l’essere umano, nemmeno in nome dell’efficienza o della crescita economica.
Una digitalizzazione giusta deve:
- tutelare la privacy e la libertà di scelta,
- rafforzare l’autonomia delle persone,
- evitare la riduzione dell’uomo a oggetto di calcolo, predizione, e strumento di mercato.
Oggi, invece, molti sistemi digitali – dalla pubblicità predittiva ai ranking comportamentali – trattano l’essere umano come una risorsa da sfruttare e non come un soggetto da rispettare.
Una visione kantiana si oppone frontalmente al transumanesimo e al culto della performance algoritmica: l’uomo non è un nodo nella rete, ma un essere dotato di valore intrinseco.
Conclusione – Verità proibita n. 4
La quarta verità proibita è che la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale, così come sono progettate e applicate oggi, non sono automaticamente strumenti di progresso. Potrebbero esserlo ma non lo saranno necessariamente.
Sono anche dispositivi di controllo, disuguaglianza, sorveglianza e dipendenza, discriminazione, che rischiano di compromettere l’autonomia umana, anziché rafforzarla, di privare l’uomo dei suoi diritti inalienabili e delle sue libertà fondamentali.
Solo un uso critico, etico e democraticamente regolato della tecnologia può restituirle il suo vero scopo: servire l’uomo, e non dominarlo.
- Bibliografia essenziale
- Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019.
- Evgeny Morozov, Contro Steve Jobs. Il lato oscuro dell’innovazione, Codice, 2012.
- Jaron Lanier, Dieci motivi per cancellare subito i tuoi account social, Il Saggiatore, 2018.
- Byung-Chul Han, Nello sciame, Nottetempo, 2015.
- Luciano Floridi, La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina Editore, 2017.
- Frank Pasquale, I signori del silicio, LUISS Edizioni, 2020.
- Ivan Illich, Tools for Conviviality, Harper & Row, 1973.
- Carlo Sini, Etica della scrittura, Mimesis Edizioni, 2001.
*Medico Chirurgo e Vicepresidente EUNOMIS
