Il mito della sicurezza e la prigionia dell’uomo competente

di Silvano Tramonte

C’è una bugia che attraversa silenziosamente il nostro tempo, una bugia che tutti ripetono senza più ascoltarne il senso, e che si presenta sotto le forme più rassicuranti: tutela, prudenza, prevenzione, progresso civile. È la bugia secondo cui la sicurezza assoluta sarebbe non solo possibile, ma moralmente doverosa, e che chi la mette in discussione sarebbe irresponsabile o pericoloso.

È una delle bugie più condivise e difese con maggiore convinzione, e chiunque tenti di incrinarla viene additato come deviante, pericoloso, quando non apertamente incosciente o stupido; eppure, paradossalmente, è spesso proprio colui che la contesta a mostrare una coscienza più vigile e responsabile.

È una bugia comoda, perché promette protezione senza fatica. Ed è una bugia devastante, perché per realizzarsi deve prima svuotare l’uomo della sua capacità di giudizio, quella stessa capacità che un tempo gli adulti si sforzavano di suscitare nei bambini: giudizio, responsabilità, rispetto del pericolo, difesa personale attiva.

Quando la sicurezza diventa dogma, la libertà diventa sospetta.

La bugia della sicurezza assoluta

Mai come oggi si invoca la sicurezza, e mai come oggi si assiste a una contraddizione così evidente: da un lato l’individuo viene schiacciato da obblighi minuziosi nella vita quotidiana, dall’altro gli viene concessa una libertà assoluta — persino autodistruttiva — nelle attività eccezionali, spettacolari, mediaticamente innocue.

Il rischio non viene eliminato. Viene ridistribuito. Si pretende il rischio zero dove il comportamento è diffuso, ordinario, controllabile; si tollera il rischio estremo dove è individuale, selettivo, statisticamente irrilevante. Non è una scelta sanitaria. È una scelta amministrativa.

Rischio zero nel quotidiano, rischio estremo nell’eccezione

Si impone la prudenza come obbligo morale nelle azioni normali e ripetute, mentre si lascia correre ciò che è estremo purché resti confinato nella sfera del “volontario”. È una pedagogia rovesciata: nel quotidiano si toglie la scelta, nell’eccezionale si consente l’autodistruzione, senza mai educare al discernimento.

Motociclista e medico: due competenze sotto sequestro

È qui che due figure apparentemente lontanissime — il motociclista e il medico — si ritrovano nella stessa prigionia.

Il motociclista esperto, che guida da decenni, che conosce il mezzo, la strada, il traffico, le condizioni ambientali e i propri limiti fisici, che ha appreso la lettura del terreno e dello spazio circostante, la guida difensiva e il rispetto profondo per la vita che sta vivendo e per il modo in cui vuole continuare a viverla, viene sottoposto a obblighi ciechi, identici per chi guida mezz’ora e per chi guida otto ore al giorno, per chi ha esperienza e per chi improvvisa.

Il contesto non conta. La competenza non conta. La proporzione del rischio non conta. Conta solo l’obbedienza.

E quando la norma ammette eccezioni — come nel caso dei tassisti, esentati da obblighi che gravano su chi è esposto infinitamente meno — la maschera cade definitivamente. Se il criterio fosse davvero il rischio, chi guida di più sarebbe più vincolato, non il contrario. Ma il criterio non è il rischio: è la gestibilità del soggetto.

La stessa logica colpisce il medico. Viene formato per anni, selezionato, esaminato, abilitato, caricato di responsabilità enormi; poi, nel momento in cui dovrebbe esercitare il proprio giudizio clinico, viene incatenato a protocolli rigidi, schemi terapeutici predefiniti, linee guida trasformate da strumenti di orientamento in dogmi coercitivi.

Il sistema che ha prodotto il medico non si fida del medico che ha prodotto: lo tiene al guinzaglio corto, lo controlla, lo minaccia se esce dal binario, lo sanziona e lo radia se usa davvero il pensiero critico e applica fino in fondo il codice deontologico, compreso l’articolo che sancisce la sua autonomia e il suo libero arbitrio terapeutico.

Quando il sistema teme il giudizio umano

Qui emerge la verità proibita: il sistema contemporaneo non teme l’errore umano. L’errore è assicurabile, statisticamente modellabile, economicamente assorbibile. Il sistema teme invece l’uomo competente che decide.

Il giudizio individuale è imprevedibile, non standardizzabile, non completamente controllabile. Per questo va neutralizzato. Il rischio zero non è un obiettivo clinico: è un obiettivo politico-amministrativo.

Azioni giuste fuori dallo schema

La storia è piena di esempi di azioni esemplari che, proprio perché fuori dallo schema, sono state inizialmente considerate sanzionabili.

  • Chesley “Sully” Sullenberger, il pilota che ammarò sull’Hudson salvando tutti i passeggeri, poi sottoposto a indagini perché la decisione reale aveva contraddetto il modello teorico.
  • Ignaz Semmelweis, medico ostracizzato per aver imposto il lavaggio delle mani, riducendo la mortalità puerperale prima che la teoria fosse pronta ad accettarlo.
  • Stanislav Petrov, ufficiale sovietico che ignorò un allarme nucleare verosimilmente falso, salvando il mondo proprio perché non seguì il protocollo alla lettera.

E tanti altri.

La verità proibita sul controllo moderno

Ecco allora la grande bugia del nostro tempo: si dice che le regole servano a proteggere le persone, ma in realtà servono a proteggere il sistema dall’imprevedibilità dell’uomo.

E la verità proibita — quella che non si può dire senza essere subito accusati di irresponsabilità — è che una società che pretende il rischio zero non può accettare la libertà, e una società che non accetta la libertà non produce sicurezza, ma solo obbedienza.

Il motociclista che sa quando proteggersi e quando no, il medico che decide caso per caso, il pilota che ammara invece di obbedire al simulatore, non sono ribelli né incoscienti. Sono uomini che accettano la propria umanità, con i suoi limiti e le sue responsabilità.

Non vogliono fare la rivoluzione. Vogliono vivere la propria vita, godere della propria libertà nel rispetto di quella altrui. E oggi, questo, è l’atto più sovversivo di tutti.

 

Bibliografia essenziale

  • Illich I., Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori.
  • Foucault M., Sorvegliare e punire, Einaudi.
  • Foucault M., Nascita della biopolitica, Feltrinelli.
  • Gigerenzer G., Risk Savvy: How to Make Good Decisions, Viking.
  • Taleb N.N., Antifragile, Il Saggiatore.
  • Taleb N.N., Il cigno nero, Il Saggiatore.
  • Reason J., Human Error, Cambridge University Press.

Articoli correlati

Capitolo XIII – L’infanzia come territorio di conquista?

di Silvano Tramonte Introduzione – L’infanzia al centro del cambiamento L’infanzia, un tempo...

Capitolo XII – Il nuovo linguaggio: inclusività o censura del pensiero?

  di Silvano Tramonte Introduzione – Il linguaggio come strumento di trasformazione Negli...