Di Silvano Tramonte
Introduzione – Cos’è il ‘grande reset’
Nel 2020, il World Economic Forum ha lanciato l’iniziativa del ‘Great Reset’, presentandola come un’opportunità per ripensare il capitalismo dopo la pandemia. Riorganizzazione economica, transizione ecologica, inclusione sociale, digitalizzazione: i temi sembrano nobili, eppure non è solo questo, ma sarebbe anche uno strumento per ridefinire dall’alto le regole della vita sociale ed economica, senza vero consenso popolare.
Dietro questa narrazione, dunque, si cela una possibile ridefinizione radicale dell’equilibrio tra potere, libertà e controllo globale.
Il sillogismo del reset necessario
- Premessa maggiore: Il mondo post-Covid è insostenibile e fragile.
- Premessa minore: Serve un grande ripensamento sistemico.
- Conclusione: Chi guida oggi le istituzioni globali deve indicare la rotta per il futuro, ma soltanto chi detiene potere economico e tecnologico globale, esterno e superiore alle stesse istituzioni, avrebbe il potere di indicare la rotta.
Ma la domanda è: chi ha nominato questi attori? Chi ha deciso che a loro spetti tanto potere su tutta la popolazione del pianeta? Perché dovrebbero essere proprio loro a ridefinire il mondo? E, soprattutto, quali criteri utilizzerebbero e nell’interesse di chi agirebbero?
Analisi funzionale – La convergenza tra tecnologia, finanza e governance
Il Great Reset promuove un mondo iperconnesso, digitalizzato, centralizzato, dove la proprietà privata potrebbe essere superata, la moneta controllata digitalmente, il lavoro automatizzato e i consumi tracciati.
Tecnocrazia, finanza globale, ambientalismo aziendale e governance algoritmica si fondono in un’unica visione: governare la complessità planetaria con strumenti di controllo predittivo. A favore di chi?
Un esempio concreto è l’ipotesi della moneta digitale delle banche centrali, capace di tracciare ogni transazione, impedire il libero utilizzo delle proprie disponibilità economiche o favorire talune operazioni a scapito di altre.
Altrettanto inquietante, se non di più, lo slogan del WEF “Non possiederai nulla e sarai felice”, che suggerisce una trasformazione radicale e forzata del concetto di proprietà, e di conseguenza anche di benessere, qualità della vita, stile di vita, decoro personale, dignità.
Chi decide cosa va “riavviato”?
Socrate ci chiederebbe: chi definisce il progresso? Chi stabilisce cosa va eliminato o ‘resettato’? Con quale legittimità si ridefinisce il contratto sociale?
Il reset implica un potere di ingegneria sociale su scala globale, spesso esercitato senza trasparenza, confronto o partecipazione democratica.
Può una società accettare di essere resettata senza averlo scelto?
Etica e dignità contro l’ingegneria globale
Kant ci ricorda che ogni riforma, per essere giusta, deve rispettare la dignità dell’uomo come fine. Un cambiamento imposto dall’alto, tecnocratico, calcolato in base all’efficienza e non al bene umano, tradisce l’etica e rischia di generare nuove forme di disuguaglianza, dipendenza e disumanizzazione.
La dignità umana, per Kant, non può essere misurata dai dati o dagli algoritmi: ridursi a questo significa negare l’uomo come fine in sé.
Conclusione – Verità proibita n. 8
La settima verità proibita è che il ‘grande reset’, per quanto formulato con un linguaggio progressista, può anche essere letto come un progetto di controllo globale mascherato da innovazione.
Riconoscere questo rischio non è complottismo: è difendere la libertà prima che venga cancellata con un clic.
Bibliografia essenziale
- Klaus Schwab, Thierry Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing, 2020.
- Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019.
- Aaron Bastani, Fully Automated Luxury Communism, Verso Books, 2019.
- John Gray, Falsa aurora. L’illusione del progresso, Ponte alle Grazie, 2002.
- Yuval Noah Harari, Homo Deus, Bompiani, 2017.
- Maurizio Ferraris, Documanità. Filosofia del mondo nuovo, Laterza, 2021.
- Naomi Klein, Shock Economy, Rizzoli, 2007.
- Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, 2003.