SESSO, POTERE E FAMIGLIA: un’analisi antropologica

La sessualità genera la vita; la responsabilità genera la famiglia

di Silvano Tramonte

Per molto tempo si è cercato di spiegare il rapporto tra uomini e donne come un semplice scambio: sesso in cambio di risorse, desiderio in cambio di protezione. È la teoria del cosiddetto mercato sessuale.
Ma questa lettura coglie solo la superficie del fenomeno. La relazione tra i sessi non nasce da un contratto implicito di scambio: nasce da una struttura molto più antica, che ha permesso alla specie umana di sopravvivere e alle società di organizzarsi.
Per alcuni filoni di psicologia evoluzionista, la sociobiologia e la teoria del “mercato sessuale” le relazioni tra uomini e donne funzionano come uno scambio asimmetrico:
• gli uomini competono per ottenere accesso alla sessualità;
• le donne selezionano e ricevono risorse o impegno.

Questa impostazione è stata sviluppata da studiosi come Roy Baumeister con la cosiddetta sexual economics theory.
Ora, è certo che esiste un’asimmetria sessuale biologica tra uomini e donne, ovviamente, e ignorarla ha prodotto molto disordine sociale, ma non è riducibile a puro mercato sessuale.
Il rapporto tra i sessi non è solo scambio di risorse contro accesso sessuale né tantomeno è stato travestito da idealismo e romanticismo.
Il piacere sessuale è un bene accessorio, non è il fondamento del rapporto tra i sessi ma piuttosto il meccanismo biologico attraverso cui la natura assicura la riproduzione.
Il valore della sessualità era ben altro che questo ed era radicata come legge naturale e istinto primigenio nell’istinto di conservazione della specie.
Ed è così per tutte le specie.
Oltre il sesso c’è sempre stata la necessità di costruire il valore relazionale della famiglia: costruire, riprodurre, proteggere, creare continuità, in una parola famiglia.
Qui si trova il punto decisivo che spesso le teorie del mercato sessuale non colgono: il sesso non è mai stato un fine in sé per l’organizzazione sociale umana, ma un mezzo inserito in una struttura più ampia, quella della famiglia e della continuità della comunità.
Il sesso è un mezzo non un fine.
Può spesso essere un fine per il singolo individuo maschio, e questo è il modo che ha scovato madre natura per strumentalizzare il maschio e “obbligarlo” alla riproduzione.
L’investimento sessuale maschile è ridicolo e puntiforme rispetto a quello femminile e questa è la principale differenza da cui tutto discende.
Se il maschio dovesse caricarsi dei doveri femminili verso la prole, l’intero suo comportamento nei confronti della sessualità cambierebbe radicalmente.
D’altra parte la donna non offre sessualità solo per ottenere risorse, ma per selezionare un partner stabile, affidabile e geneticamente adatto e garantirsi la necessaria protezione e sicurezza e stabilità necessaria a sé e alla prole di cui è la principale care giver.
Ridurre tutto al mercato sessuale significa guardare un meccanismo antico come l’umanità con un filtro troppo moderno — quello delle scienze sociali americane.
Questo approccio, infatti, tende a interpretare la relazione tra i sessi con categorie economiche moderne che non sono necessariamente adeguate a descrivere meccanismi evolutivi molto più antichi.
Quella che oggi viene definita desiderabilità, e capisco cosa vuol dire, io la definirei piuttosto come disponibilità naturale di un potere sessuale immediato ma che non deve essere confuso col potere relazionale, che non è affatto altrettanto forte e illimitato.
Questa distinzione è essenziale: il potere sessuale e il potere relazionale non coincidono. la donna possiede generalmente un potere sessuale immediato più forte, cioè una maggiore capacità di generare desiderio maschile, ma il potere relazionale, cioè la capacità di costruire, mantenere e orientare una struttura familiare stabile, è un fenomeno più complesso e non deriva automaticamente dal semplice potere sessuale.
È esperienza comune che il desiderio maschile sia fortemente legato alla dimensione della conquista e della novità: con la prima volta si esaurisce la spinta primordiale dell’ingravidarla che si esprime attraverso la voglia innata di prenderla per godere di quell’attimo di intenso piacere. Un uomo non fa sesso per procreare ma per godere, perché lui gode sempre e addirittura senza godimento non c’è ingravidamento.
Il piacere femminile è biologicamente non necessario alla procreazione. Difatti gli orgasmi femminili sono possibili ma innecessari e a volte del tutto assenti.
Questo determina la complementarità dei ruoli: ognuno ha qualcosa che l’altro naturalmente brama.
L’uomo nella donna cerca la libidine e il piacere sessuale, la donna invece protezione, produttività, stabilità, decisione, responsabilità. Questi sono i valori maschili che la donna ricerca e da cui si sente attratta. Il maschio, ai suoi occhi, non è portatore di desiderabilità sessuale come la intendiamo noi. Ed esattamente questi sono i valori su cui si è sempre fondata la famiglia tradizionale.
Il femminismo non è la causa del crollo di questo ordine fondamentale, bensì un fenomeno secondario che si inserisce in un processo storico più ampio, cioè un coacervo di situazioni: benessere, urbanizzazione, tecnologie di controllo delle nascite, welfare statale che sostituisce il ruolo maschile, digitalizzazione delle relazioni, deriva sociale, perdita dei ruoli naturali, psicologia sociologica moderna, ricerca esasperata di uguaglianza. In una parola sola: la modernità nel senso di allontanamento dalla naturalezza della vita su cui ha pesato fondamentalmente il sempre maggior peso delle dottrine economiche.
Tuttavia, la cancellazione delle differenze biologiche e psicologiche ha prodotto un sistema che non funziona: uomini sempre più passivi e disorientati, donne sempre più insoddisfatte e stremate dal doppio ruolo, coppie fragili per perdita della necessità di coppia, fertilità crollata, decadimento del cemento familiare. Alla famiglia tradizionale non si è trovato un vero modello alternativo altrettanto valido e necessario per un banalissimo errore di fondo: l’errore antropologico di credere uomini e donne uguali.
Il vecchio equilibrio non si fondava sulla sessualità pura e semplice ma su tre diverse colonne: necessità, responsabilità e morale.
Il mercato sessuale descrive solo la superficie del fenomeno ma il vero meccanismo che ha sostenuto la famiglia per millenni è stato l’intreccio tra necessità biologica, responsabilità sociale e norma morale. Nella famiglia tradizionale c’era, invero, questo aspetto dello scambio di sesso e cure contro risorse, ma non era per questo che funzionava.
Il suo pilastro portante era la morale, che si espandeva attraverso livelli successivi di ampliamento sociale fino a divenire comunità e poi tribù e poi nazione.
Il problema oggi non è che le donne non riconoscono il valore sessuale maschile ma che non esista più una struttura che responsabilizzi l’uomo e protegga la donna dalla dispersione del desiderio maschile.
E’ la libertà senza responsabilità che ha distrutto l’equilibrio, non il femminismo.
Tuttavia, una certa corrente di pensiero sostiene che nella famiglia tradizionale — che non è quella degli anni ’50 ma quella biblica di 3000 anni fa — la scelta femminile era molto limitata, venendo data in sposa in giovane età dal padre o dal fratello al marito che loro sceglievano per lei. Quindi dire che la donna biologicamente sceglie gli uomini migliori geneticamente sarebbe una mistificazione. A sostegno di ciò si cita Erodoto che racconta nelle Storie il mercato delle donne babilonesi.
Praticamente le famiglie davano in sposa le figlie più belle agli uomini più facoltosi e le più bruttine a quelli meno abbienti. Questo descrive perfettamente il meccanismo di mercato relazionale e di prezzo del sesso che era ben espresso nel mondo antico.
Questo significa, però, considerare luoghi e tempi diversi da quelli occidentali ma ciò non toglie che la priorità del pilastro morale che ho enunciato valga anche per quelle culture. Io non mi riferisco ad una famiglia legata ad un momento storico, ma alla famiglia tout court, quella che è scritta negli istinti primordiali originari.
È vero: nelle società antiche la donna non aveva libertà formale di scelta. Ma questo non invalida il punto biologico. La selezione femminile opera comunque, anche quando non è istituzionalmente riconosciuta.
Gli antropologi la chiamano ipergamia latente: non può esprimersi apertamente, quindi agisce dentro la relazione. Questo è un fenomeno occulto, ma potente che gli antropologi definiscono ipergamia latente: quella forma di selezione femminile che non può esprimersi attraverso la scelta diretta del partner, ma che continua ad agire all’interno della relazione attraverso meccanismi più sottili.
Anche quando il matrimonio è deciso dalla famiglia o dalla comunità, la donna non diventa un soggetto biologicamente passivo; la selezione non scompare: cambia solo il luogo e il modo in cui si esercita.
L’ipergamia latente opera in vari modi: il primo è la selezione comportamentale del marito. Nella vita quotidiana della coppia la donna tende a rispondere positivamente agli uomini che dimostrano forza di carattere, competenza, capacità di protezione e di responsabilità.
al contrario, l’uomo che perde autorevolezza, che non garantisce sicurezza o che si dimostra incapace di sostenere la famiglia tende a perdere attrattiva. In altre parole:
anche se non ha scelto il marito, la donna continua a selezionarlo e condizionarlo ogni giorno attraverso la disponibilità affettiva, sessuale e relazionale.
Il secondo meccanismo è la selezione riproduttiva. in molte società tradizionali, la fertilità femminile non è un processo completamente passivo. L’antropologia ha osservato che la frequenza dei rapporti, la disponibilità intima e l’investimento affettivo possono variare in funzione del valore percepito del partner.Anche in contesti di matrimonio combinato, le donne tendono a investire maggiormente nella relazione con uomini che dimostrano capacità di protezione, status sociale o qualità personali.
Il terzo meccanismo è quello che gli antropologi definiscono selezione sociale del maschio. Nelle società tradizionali le donne influenzano fortemente la reputazione maschile all’interno della comunità. L’uomo che dimostra coraggio, competenza o successo viene riconosciuto e valorizzato anche attraverso l’apprezzamento femminile. In questo modo la selezione femminile non avviene solo nel momento della scelta del partner, ma nella costruzione del prestigio maschile all’interno del gruppo.
Il quarto meccanismo è più delicato, ma ben documentato dall’antropologia: la possibilità di selezione genetica extra-coppia. In molte società tradizionali, pur in presenza di matrimoni formalmente stabili, sono state osservate relazioni occasionali o nascoste con uomini percepiti come più desiderabili. Non si tratta della norma morale della società, ma della dimostrazione che la selezione biologica continua ad agire anche quando le strutture sociali la limitano. Questo non significa che la donna tradisca sistematicamente, ma che il meccanismo di selezione non può essere completamente soppresso dall’organizzazione sociale.
In sintesi: anche nelle società in cui il matrimonio era deciso dalla famiglia, la selezione femminile non scompariva. Si spostava. Non avveniva più nel momento della scelta del marito, ma all’interno della dinamica relazionale, sociale e riproduttiva della coppia.
Per questo gli antropologi parlano di ipergamia latente: un meccanismo di selezione che non è istituzionalizzato, ma che continua a operare silenziosamente.
Conclusione
In definitiva, la teoria del mercato sessuale coglie solo una parte del fenomeno: la dimensione più immediata e visibile dello scambio tra i sessi. Ma ciò che ha realmente sostenuto la famiglia lungo tutta la storia umana non è stato il semplice baratto tra sesso e risorse. È stata piuttosto una struttura più profonda, fondata su necessità biologiche, responsabilità sociali e codici morali condivisi.
Quando queste tre colonne — necessità, responsabilità e morale — hanno smesso di sostenere la relazione tra uomo e donna, la coppia ha perso il suo fondamento strutturale. Non perché sia scomparsa la sessualità, ma perché è venuto meno il quadro che la rendeva parte di un progetto più ampio: la continuità della vita e della comunità.
Per questo motivo il problema contemporaneo non è semplicemente la libertà sessuale o il mutamento dei ruoli, ma l’assenza di un nuovo equilibrio capace di sostituire quello antico. Abbiamo dissolto l’ordine precedente senza riuscire a costruirne uno altrettanto stabile.
Ed è in questa tensione irrisolta tra biologia, libertà e responsabilità che oggi si muovono le relazioni tra uomini e donne.
👉 “La sessualità genera la vita; la responsabilità genera la famiglia.”

Bibliografia essenziale

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